mercoledì 31 dicembre 2025

 Jonathan Franzen



Da "Le Correzioni"


Alfred

 

Per un momento Chip pensò che suo padre fosse diventato un simpatico vecchio sconosciuto; ma sapeva che Alfred, sotto sotto, era un uomo che urlava e puniva. L’ultima volta che era andato a trovare i suoi genitori a Saint Jude, quattro anni prima, aveva portato con sé la sua ragazza, Ruthie, una giovane marxista ossigenata che veniva dall’Inghilterra del Nord e che, dopo aver inflitto innumerevoli offese alla sensibilità di Enid (si era accesa una sigaretta in casa, era scoppiata a ridere davanti alle vedute ad acquarello di Buckingham Palace che Enid amava tanto, si era seduta a tavola senza reggiseno, e non aveva assaggiato neppure un boccone dell’«insalata» di castagne d’acqua, piselli e cubetti di formaggio con maionese densa che Enid preparava nelle occasioni speciali), aveva punzecchiato ed esasperato Alfred fino a fargli dichiarare che «i neri» sarebbero stati la rovina del paese, che erano incapaci di convivere con i bianchi, pretendevano che il governo si prendesse cura di loro, non sapevano cosa significasse lavorare duro, non avevano un briciolo di “disciplina”, che sarebbe andata a finire con un massacro nelle strade, “un massacro nelle strade”, e che se ne fregava di quello che Ruthie pensava di lui, era ospite nella “sua” casa e nel “suo” paese, e non aveva il diritto di criticare ciò che non capiva; e allora Chip, che le aveva preannunciato che i suoi genitori erano le persone più reazionarie d’America, aveva sorriso come a dire, “Hai visto? Proprio come ti avevo detto”. Quando lo piantò, tre settimane dopo, Ruthie dichiarò che Chip assomigliava a suo padre molto più di quanto s’immaginasse.

 

***

Era vero che secondo Alfred l’unico problema della pena di morte era quello di non essere usata abbastanza spesso; era vero anche che gli uomini per cui invocava la camera a gas o la sedia elettrica, a cena, quando Chip era bambino, erano di solito i neri dei quartieri poveri nella parte settentrionale di Saint Jude. (- Oh, Al, – gli diceva Enid, perché la cena era «il pasto di famiglia», e lei non capiva perché dovessero trascorrerlo parlando di camere a gas e massacri nelle strade). E una domenica mattina, dopo che era stato alla finestra a contare gli scoiattoli, valutando i danni che avevano provocato alle querce e alle zoysie proprio come i bianchi dei quartieri periferici tenevano il conto di quante case erano finite in mano ai «neri», Alfred aveva compiuto un esperimento di genocidio. Esasperato dal fatto che gli scoiattoli del suo non-grande giardino non fossero abbastanza disciplinati da smettere di riprodursi o quantomeno da pulire quello che sporcavano, scese nel seminterrato e tornò su con una trappola per topi alla cui vista Enid scosse la testa ed emise un sommesso mormorio di diniego. – Sono diciannove! – disse Alfred. – Diciannove! – Gli appelli al sentimento non potevano competere con la disciplina di un dato così esatto e scientifico. Come esca usò un pezzo dello stesso pane integrale che Chip aveva mangiato, tostato, a colazione. Poi tutti e cinque i Lambert andarono in chiesa, e tra il Gloria Patri e la dossologia un giovane scoiattolo maschio, dedito al comportamento ad alto rischio tipico dei disperati, cercò di prendere il pane e la trappola gli schiacciò il cranio. Al rientro la famiglia trovò un nugolo di afidi verdi che banchettavano con sangue e materia cerebrale e con il pane integrale masticato fuoruscito dalle mandibole fracassate del giovane scoiattolo. La bocca e il mento di Alfred si contrassero nell’espressione di ripugnanza che assumeva sempre durante particolari esercizi di disciplina, come sculacciare un bambino o mangiare rutabaga. (Era del tutto ignaro di lasciar trasparire tale avversione per la disciplina). Andò in garage a prendere una pala e ficcò la trappola e il cadavere dello scoiattolo in un sacchetto di carta mezzo pieno dell’erba sanguinella che Enid aveva strappato il giorno prima. Chip seguiva la scena a una ventina di passi dal padre, e così lo vide entrare nel seminterrato dal garage con le gambe che gli cedevano un po’ di lato, urtare la lavatrice, superare di corsa il tavolo da ping-pong (lo aveva sempre spaventato vedere suo padre correre, gli sembrava troppo vecchio, troppo disciplinato) e scomparire nel bagno; e da allora gli scoiattoli furono liberi di fare tutto quello che volevano.

 

***

 

Alfred, dal telefono, osservava l’orologio sopra il lavandino. Era quell’ora maligna intorno alle cinque, quando l’ammalato di influenza si sveglia dopo i sogni febbrili del tardo pomeriggio. Quelle cinque passate da poco che erano una beffa delle cinque. Sul quadrante degli orologi il conforto dell’ordine – due lancette che indicavano con precisione due numeri interi – giungeva soltanto una volta ogni ora. Tutti gli altri momenti che non quadravano erano potenziali portatori dei tormenti dell’influenza.

E soffrire così senza alcuna ragione. Sapere che non c’era nessun ordine morale nell’influenza, nessuna giustizia nei succhi dolorosi prodotti dal cervello. Il mondo non era altro che una materializzazione della Volontà cieca ed eterna.

(Schopenhauer: “Una parte considerevole del tormento dell’esistenza è il fatto che siamo continuamente incalzati dal Tempo, che non ci lascia mai prendere fiato e ci corre sempre dietro come un sorvegliante con la frusta”).

 

***

La vita come Enid la conosceva ebbe fine quando si infilò attraverso la porta semiaperta. La quotidianità cedette il posto a un rigido susseguirsi di ore. Enid trovò Alfred nudo, con la schiena appoggiata alla porta, sopra uno strato di lenzuola distese sulle pagine del giornale di Saint Jude. Aveva disfatto il letto, e sul materasso spoglio erano disposte in bell’ordine le mutande, una giacca sportiva e una cravatta. Il resto delle coperte era accatastato sull’altro letto. Alfred continuò a chiamarla anche dopo che Enid ebbe acceso la luce e occupato il suo campo visivo. Il primo obiettivo di Enid era quello di calmarlo e mettergli il pigiama, ma ci mise parecchio, perché Alfred era terribilmente agitato e non finiva le frasi, non riusciva nemmeno a concordare verbi e sostantivi. Era convinto che fosse mattina e che dovesse lavarsi e vestirsi, e che il pavimento davanti alla porta fosse una vasca da bagno, la maniglia un rubinetto e che niente funzionasse. Eppure insisteva a fare tutto a modo suo, finché, fra spinte e strattoni, colpì Enid a una spalla. Lui si infuriò e lei pianse e lo coprì d’insulti. Le mani impazzite di Alfred riuscivano a sbottonare la giacca del pigiama alla stessa velocità con cui lei gliela abbottonava. Enid non l’aveva mai sentito pronunciare le parole «s*****o» o «m***a», e la scioltezza con cui ora le usava faceva luce su anni di precedente uso silenzioso nella sua testa. Mentre Enid cercava di rifargli il letto, lui buttava all’aria il suo. Lei lo implorò di stare fermo. Lui gridò che era tardi ed era molto confuso. Nemmeno adesso Enid poteva fare a meno di amarlo. Forse specialmente adesso. Forse aveva sempre saputo, per cinquant’anni, che c’era quel bambino dentro di lui. Forse tutto l’amore che aveva dato a Chipper e Gary, in cambio del quale alla fine aveva ricevuto così poco, era stato soltanto un allenamento per il più esigente dei suoi figli. Per più di un’ora lo consolò e lo rimproverò e maledisse in silenzio le medicine che lo scombussolavano, e finalmente Alfred si addormentò, mentre la sveglia da viaggio di Enid segnava le 5:10, e alle 7:30 accese il rasoio elettrico.

 


 David Foster Wallace



Da “Infinite Jest”

 

Quando usi la sostanza..

 

 

Ancora una volta, Identificarsi significa provare empatia. Identificarsi, a meno che tu non abbia un motivo particolare per Fare Confronti, non è una cosa difficile da fare, qui. Perché se ti siedi in prima fila e ascolti attentamente, le storie di declino, caduta e rinuncia degli oratori sono praticamente tutte uguali, e uguali alla tua: il divertimento quando usi la Sostanza, poi molto gradualmente meno divertimento, poi notevolmente meno divertimento perché ti vengono come dei black-out e all'improvviso ti trovi a guidare su un'autostrada a 145 km all'ora insieme a gente che non conosci, notti in cui ti risvegli in un letto che non ti è familiare accanto a qualcuno che non assomiglia a nessuna specie conosciuta di mammifero, black-out di tre giorni che quando ne esci devi comprare un giornale per sapere in quale città ti trovi; sì, gradualmente provi sempre meno vero divertimento e un po' di bisogno fisico per la Sostanza, ora, invece del piacere volontario di prima; poi a un certo punto improvvisamente molto poco piacere, e un bisogno terribile, tutti i giorni, e ti tremano le mani, poi il terrore, l'ansia, le fobie irrazionali, i ricordi indistinti del piacere come un lontano canto di sirena, problemi con autorità varie, mal di testa che ti fanno cadere in ginocchio, attacchi leggeri, e la litania di quelle che gli Aa (ndr Alcolisti Autonomi) di Boston chiamano Perdite -

«Poi arriva il giorno in cui ho perso il mio lavoro per il bere».

 «Ho perso il mio dannato lavoro», dice. «Voglio dire che sapevo ancora dov'era. Solo che un giorno sono andato là come sempre e c'era qualcun altro al mio posto» e questo provoca un'altra risata.

- poi ancora Perdite, e la Sostanza sembra essere la sola consolazione contro la pena delle Perdite sempre più numerose, e naturalmente sei in fase di Rifiuto e non ammetti che proprio la Sostanza che ti aiuta a consolarti dalle Sconfitte ne sia invece la causa -

«L'alcol distrugge lentamente ma completamente è quello che mi disse uno la prima sera che Venni, su a Concord, e quel tipo alla fine è diventato il mio sponsor».

- poi le crisi molto meno leggere, il Dt durante i tentativi di smettere troppo velocemente, i primi incontri con insetti e roditori soggettivi, poi un'altra crapula e altri insetti; poi forse la terribile scoperta di aver passato qualche limite, e i pugni-al-cielo, e i voti del tipo Giuro-su-Dio di mettermi d'impegno e di rimediare a questa storia, smettere per sempre, poi forse qualche giorno di successo iniziale che hai passato con le mani strette a pugno, poi uno scivolone, poi ancora promesse, gli occhi sull'orologio, autodisciplina barocca, altri scivoloni nel sollievo dato dalla Sostanza dopo quasi due giorni di astinenza, terribili postumi di sbornia, sensi di colpa schiaccianti e disgusto per se stessi, superstrutture di ulteriori autodiscipline (per es.: non prima delle 0900h, mai nelle sere in cui lavori, solo con la luna crescente, solo insieme a svedesi) che falliscono regolarmente -

«Quando ero ubriaco volevo essere sobrio e quando ero sobrio volevo ubriacarmi», dice John L. «Ho vissuto in quel modo per anni, e vi dico che non è vivere, non è altro che una fottuta morte-in-vita».

- poi un dolore psichico incredibile, una specie di peritonite dell'anima, un'agonia psichica, la paura della pazzia che incombe (perché non riesco a smettere se voglio così tanto smettere, a meno che non sia pazzo?), apparizioni nei reparti di disintossicazione e riabilitazione degli ospedali, litigi domestici, crolli finanziari, eventuali Perdite familiari -

«Poi ho perso mia moglie per il bere. Voglio dire che sapevo ancora dov'era. Solo che un giorno andai a casa e c'era qualcun altro al mio posto», e questa battuta non fa ridere tanto, solo un mucchio di assensi addolorati: è sempre così, con le Perdite familiari.

- poi gli ultimatum vocazionali, l'impossibilità di trovare un lavoro, la rovina finanziaria, la pancreatite, i sensi di colpa opprimenti, vomitare sangue, la nevralgia cirrotica, l'incontinenza, la neuropatia, la nefrite, le depressioni più nere, il dolore bruciante, e la Sostanza che ti permette di vivere dei momenti di sollievo sempre più brevi; poi alla fine non trovi più sollievo da nessuna parte; alla fine è impossibile farsi così tanto da riuscire a capire come ti senti, a stare così; e ora odi la Sostanza, la odi, ma nonostante tutto non riesci a smettere di farti, della Sostanza, scopri che vuoi smettere più di ogni altra cosa al mondo e non provi più nessun piacere a farlo e non puoi credere che ti sia mai piaciuto farlo eppure non ti puoi fermare lo stesso, è proprio come se ti stessi bevendo il cervello, come se ci fossero due te; e quando venderesti la mamma per smettere e ti accorgi che nonostante tutto non puoi smettere, allora l'ultimo velo della maschera allegra e festosa cala dal volto della tua amica di un tempo, la Sostanza, ora è mezzanotte e cadono tutte le maschere, e a un tratto vedi la Sostanza come veramente è, per la prima volta vedi il Disagio come realmente è, come è stato per tutto questo tempo, guardi nello specchio a mezzanotte e vedi cosa è che ti possiede, che è diventato te -

«È come essere dei morti viventi, vi giuro che non sembra neanche di essere vivi, alla fine non ero né morto né vivo, e vi giuro che l'idea di morire non era niente in confronto all'idea di vivere in quel modo per altri cinque o dieci anni e solo poi morire», le teste degli ascoltatori annuiscono nelle file come un campo spazzato dal vento; cazzo, sono proprio bravi a Identificarsi.

- poi hai dei grossi problemi, degli enormi problemi, e lo sai, alla fine, che hai degli enormi problemi, perché la Sostanza che credevi fosse la tua sola vera amica, per la quale hai rinunciato a tutto senza pensarci, che per così tanto tempo ti ha dato sollievo dal dolore delle Perdite causate dal tuo amore per quel sollievo, tua madre e la tua amante e il tuo dio e il tuo compadre, alla fine si è tolta la maschera sorridente per rivelare gli occhi senza pupilla e la mascella vorace, e i canini lunghi fino a qui, è la Faccia sul Pavimento, la faccia bianca sogghignante dei tuoi incubi peggiori, e quella faccia è la tua faccia nello specchio, sei tu, la Sostanza ti ha divorato o ti ha sostituito ed è diventata te, e la maglietta piena di vomito, bava e Sostanza che tutti e due avete indossato per settimane ora viene lacerata e tu te ne stai lì a guardare e nel tuo petto bianco dove dovrebbe battere il cuore (che tu hai dato a Lei), nel centro del tuo petto nudo e negli occhi senza pupilla c'è un buco oscuro, altri denti, e una mano con gli artigli che culla qualcosa di irresistibile, e ora capisci che sei fregato, inculato a sangue, spogliato e fottuto e buttato da una parte come una bambola di pezza, condannato a rimanere per sempre nella posizione in cui atterrerai. Ora vedi che Lei è il tuo nemico e il tuo incubo personale peggiore e il problema nel quale Lei ti ha infilato è innegabile, eppure non ti puoi fermare. Ora farsi della Sostanza è come partecipare a una Messa Nera ma comunque non ti puoi fermare, anche se la Sostanza non riesce più a farti star bene. Sei, come si dice, Finito. Non riesci a ubriacarti e non riesci a stare sobrio; non riesci a farti e non riesci a non farti. Sei dietro le sbarre; sei in una gabbia e in ogni direzione vedi solo sbarre. Sei in quella specie di inferno che può stroncare la tua vita o cambiarla completamente. Sei al bivio che gli Aa di Boston chiamano il tuo Fondo, sebbene il termine non sia corretto perché tutti qui sono d'accordo nel dire che assomiglia più a un posto molto in alto e tu non hai nessun sostegno: sei in vetta a qualcosa di alto e ti sporgi in avanti...

Se cerchi delle similitudini, tutte le carriere nella Sostanza di questi oratori sembrano terminare sull'orlo dello stesso dirupo. Ora sei Finito, come consumatore di Sostanza. Sei arrivato al punto dal quale si salta giù. Ora hai due scelte. O ti fai fuori una volta per tutte - le lamette sono le migliori, oppure le pillole, oppure ti puoi attaccare al tubo di scarico della tua macchina in leasing nel garage di proprietà della banca della tua casa senza famiglia. Qualcosa di sommesso e non chiassoso. Meglio qualcosa di pulito e tranquillo e (dato che la tua carriera è stata una lunga e futile fuga dal dolore) indolore. Anche se tra gli alcolizzati e i tossici, che rappresentano più del settanta per cento dei suicidi in un anno, ce ne sono alcuni che vogliono uscire di scena con un ultimo grande gesto eclatante tipo Balaclava: una signora prognata che fa parte del Gruppo della Bandiera Bianca da molto tempo e si fa chiamare Louise B. cercò di eliminare la sua mappa tuffandosi dal vecchio Hancock Building nell'anno 1981 a.S. ma fu presa in una corrente ascendente di aria calda dopo sei piani di caduta libera e venne rispinta su e poi dentro l'edificio attraverso i vetri scuri della finestra dell'ufficio di una finanziaria al trentaquattresimo piano, e finì sdraiata prona su un lucido tavolo da riunione solo con qualche lacerazione e una frattura composta dell'osso del collo e un'esperienza di autoannientamento volontario seguita da un intervento esterno che l'ha rabbiosamente trasformata in cristiana - rabbiosamente davvero, con la bava alla bocca - e per questo viene ignorata ed evitata quando si fanno dei paragoni sebbene la sua storia, uguale a quella di tutti gli altri ma molto più spettacolare, sia diventata un mito degli Aa dell'area metropolitana di Boston. E quindi quando arrivi al trampolino che sta al Traguardo della tua carriera con la Sostanza puoi prendere una Luger o la lametta e farla finita una volta per tutte - il che può accadere quando hai sessanta, o ventisette, o diciassette anni - o puoi consultare le prime pagine delle Pagine Gialle o il sito Psych-Svce su Internet e fare una telefonata singhiozzante alle 0200h e ammettere a una gentile voce da nonno che hai dei problemi, dei problemi molto seri, e la voce cercherà di calmarti tenendoti a parlare al telefono per un paio di ore finché un po' prima dell'alba suonano alla tua porta due tipi sorridenti, seri, calmi, vestiti con abiti classici, e parlano con te per delle ore e alla fine non ricordi niente di quello che hanno detto se non che stranamente erano come te, dove sei ora tu, nella merda come te, e ora però in qualche modo non lo sono più nella merda come te ora, almeno non sembrava lo fossero, a meno che tutta questa storia degli Aa non sia una truffa, e comunque rimani seduto nell'alba color lavanda su quel solo mobile che ti è rimasto e ti rendi conto che per ora non hai letteralmente nessun'altra scelta se non provare questa storia degli Aa o farla finita per sempre, allora passi il giorno a consumare ogni minimo iota di Sostanza in un'ultima amara crapula di addio che non ti dà nessun piacere e decidi, il giorno dopo, di andare avanti e ingoiare il tuo orgoglio e forse anche il tuo buon senso, e provare a partecipare agli incontri di questo «Programma», che nel migliore dei casi sarà una stronzata di quelle Tutti Insieme Amichevolmente e nel peggiore una copertura per una di quelle storie furbe tipo setta, dove ti faranno star sobrio tenendoti occupato venti ore al giorno a vendere fiori finti avvolti nel cellofan sullo spartitraffico delle strade più trafficate. E la cosa che ti fa decidere tra queste due sole scelte che hai, questo miserabile bivio che gli Aa di Boston chiamano il Fondo, è che a questo punto ti sembra che vendere fiori sugli spartitraffico non sia poi così male, paragonato a quello che ti succede ora, personalmente, in questo momento. E questo, in fondo, è ciò che accomuna gli Aa di Boston: alla fine viene fuori che questa rassegnata, miserabile disperazione tipo fatemi-il-lavaggio-del-cervello-e-sfruttatemi-pure-se-questoè-quello-che-ci- vuole sia stata il punto di partenza per quasi tutti quelli che si incontrano negli Aa, è questo che emerge, non appena ti sei del tutto convinto che non puoi più entrare e uscire come un fulmine dagli incontri e inizi a trattenerti un po' e allunghi la tua mano umida per fare conoscenza con qualcuno degli Aa di Boston. Come dicono quello strano tipo anziano con la faccia da duro o quella signora, che ti fanno paura ma ti attirano allo stesso tempo, nessuno si decide a Venire Qui perché le cose andavano bene o perché voleva fare qualcosa di diverso la sera. Tutti, ma proprio tutti quelli che si decidono, arrivano qui con gli occhi spenti e le facce bianche e sbattute e a casa tengono a portata di mano un catalogo spiegazzato per l'acquisto di armi da fuoco per corrispondenza, e l'hanno già sfogliato tante volte, come una specie di mappa, nel caso in cui questa disperata ultima spiaggia di abbracci e frasi fatte non si rivelasse altro che una stronzata. Tu non sei solo, ti diranno: questa mancanza di speranza iniziale accomuna ogni anima in questa enorme, fredda sala mensa. Sono come i sopravvissuti dell' Hindenburg. Ogni incontro è come una rimpatriata, dopo un po' che sei negli

Aa.

….

Solo agli Aa di Boston si può sentire la storia di un immigrante di cinquant'anni che racconta in maniera lirica la sua prima defecazione solida da adulto.

«Ero stato un insozzatore di cessi per anni e anni e anni. Non mi facevano più entrare nei cessi delle fermate dei camion da qui a Nork per tanti anni. C'erano schizzi dappertutto: sulla carta delle pareti del cesso a casa, sulle lenzuola, sul muro. Ma ora non ci sono più... ma lo ricorderò per sempre. Quando mi alzai dopo che ero stato pulito per novanta giorni. Ero stato sobrio davvero. Ero là sul trono a casa, lo sapete anche voi, vero. E feci tutto come sempre... ed ero così sorpreso che non credevo alle mie orecchie. Era un suono che non era familiare e all'inizio pensavo che avevo fatto cadere il portafoglio nel cesso, lo credevo davvero. Pensavo che avevo buttato il portafoglio nel cesso, lo giuro su Dio. Allora mi piego tra le ginocchia e il buco nel profondo del cesso, e non posso credere ai miei occhi. Allora, amici, abbasso la testa tra le ginocchia e c'era un tronco nel buco. Un tronco meraviglioso, davvero. Era così bello per me che non so come fare a dirlo. C'era uno stronzo nel cesso. Un tronco di stronzo. Era cacato bene e preciso e tutto unito. Era dentro il cesso tutto intero invece di una spruzzata. Nel cesso, non capisci cosa vuol dire uno stronzo nel cesso per il mio cuore. Amici miei, era come se a questo stronzo gli battesse il cuore. Mi sono messo in ginocchio e ho ringraziato Har Par che ho deciso di chiamare Har Par Buono, e ho ringraziato Har Par in ginocchio tutte le mattine e tutte le sere e più mi abbasso e meglio è, per il mio peccato»

 


 Victor Hugo



Da “L’uomo che ride”

 

Il discorso di Gwynplaine

 

«Io sono colui che viene dalle profondità . Mylords, voi siete i grandi e i ricchi. È pericoloso. Voi approfittate della notte. Ma state attenti, c’è una grande potenza, l’aurora. L’alba non può essere vinta. Arriverà . Sta già venendo. Essa ha in sé il getto irresistibile della luce. Chi impedirà a questa fionda di lanciare il sole nel cielo? Il sole, cioè il diritto. Ma voi, voi siete il privilegio. Abbiate paura. Il vero padrone di casa sta per bussare alla porta. Chi è il padre del privilegio? Il caso. E chi è suo figlio? L’abuso. Né il caso né l’abuso sono solidi.

Un brutto futuro li aspetta entrambi. Io voglio avvertirvi. Denuncio davanti a voi la vostra felicità . È fatta con l’infelicità degli altri. Voi avete tutto, ma questo tutto è composto del nulla degli altri. Mylords, io sono l’avvocato senza speranza, io difendo una causa persa. Questa causa sarà Dio a vincerla. Io non sono niente, sono solo una voce.

Il genere umano è una bocca di cui io sono il grido. Voi mi ascolterete. Io voglio aprire davanti a voi, pari d’Inghilterra, le grandi assisi del popolo, questo sovrano che è vittima, questo condannato che è il giudice. Ciò che devo dire mi schiaccia. Da dove inizierò? Non so. Ho raccolto la mia interminabile arringa sparsa nel vasto caos delle sofferenze. Che fare ora? Essa mi opprime, e io la riverso davanti a me, lasciandole la sua confusione. Avevo previsto tutto cio? No.

Voi siete stupiti, ma anch’io lo sono. Ieri ero un saltimbanco, oggi sono un lord. Giochi profondi. Di chi? Dell’ignoto. Tutti dobbiamo tremare. Mylords, l’azzurro è tutto dalla vostra parte. Di questo immenso universo voi non conoscete che la festa; sappiate che c’è anche l’ombra.

Per voi io sono lord Fermain Clancharlie, ma il mio vero nome è un nome da povero, Gwynplaine. Io sono un miserabile creato con la stoffa dei grandi per il capriccio di un re. Ecco la mia storia. Molti di voi hanno conosciuto mio padre, ma io no. Egli vi appartiene per quanto c’era in lui di feudale, io condivido il suo essere proscritto.

Ciò che Dio ha fatto è giusto. Sono stato gettato nell’abisso. Per quale scopo? Perché ne vedessi il fondo. Io sono un sommozzatore che riporta la perla, la verità . Parlo perché conosco. Voi mi capirete, mylords. Io ho provato. Ho visto. La sofferenza, no, non è una parola, signori felici. La povertà , io vi sono cresciuto; l’inverno, mi ha fatto battere i denti; la fame, ne ho conosciuto il sapore; il disprezzo, l’ho subito; la peste, l’ho avuta; la vergogna, l’ho bevuta.

E la rivomiterò davanti a voi, e questo vomito d’ogni miseria infangherà i vostri piedi, e arderà . Ho esitato prima di lasciarmi condurre al posto dove sono, perché altrove ho altri doveri. E il mio cuore non è qui. Ciò che ho provato non vi riguarda; quando l’uomo che voi chiamate l’usciere dalla verga nera è venuto a cercarmi da parte della donna che voi chiamate regina, per un istante ho pensato di rifiutare.

Ma è stato come se l’oscura mano di Dio mi spingesse da questa parte, e io ho obbedito. Ho sentito che era necessario che venissi tra voi. Perché? Per i miei stracci di ieri. Dio mi aveva mescolato agli affamati perché prendessi la parola tra i sazi. Oh! Abbiate pietà ! Oh! Voi non conoscete il mondo fatale in cui credete di vivere; siete così in alto, da esserne fuori; vi dirò io come è fatto.

Non mi manca l’esperienza. Io vengo da dove si sopporta la pressione. Posso dirvi quanto pesate. Voi che siete i padroni, lo sapete? Vedete quello che fate? No. Ah! È terribile. Una notte, una notte di tempesta, piccolissimo, abbandonato, orfano, solo nell’immensità della creazione, io ho fatto il mio ingresso in quella oscurità che chiamate società . La prima cosa che ho visto è la legge, sotto le forme di una forca; la seconda è la ricchezza, la vostra ricchezza, sotto le forme di una donna morta di freddo e di fame; la terza è l’avvenire, sotto forma di un bambino che agonizzava; la quarta è stata la bontà , il vero e il giusto, sotto le sembianze di un vagabondo che aveva come compagno e come amico solo un lupo».

….

«Dunque», gridò, «voi insultate la miseria. Pari d’Inghilterra, silenzio! Giudici, ascoltate l’arringa. Oh! Vi scongiuro, abbiate pietà ! Pietà per chi? Pietà per voi. Chi si trova in pericolo? Voi. Non vedete che siete su una bilancia e che su un piatto c’è il vostro potere, e sull’altro la vostra responsabilità ? È Dio che vi pesa.

Oh! Non ridete. Riflettete. L’oscillazione della bilancia divina è il tremito della coscienza. Voi non siete malvagi. Voi siete uomini come gli altri, né migliori, né peggiori. Vi credete degli dei, ma se un giorno vi ammalerete, vedrete la vostra divinità rabbrividire dalla febbre. Tutti noi ci equivaliamo. Io mi rivolgo agli spiriti onesti, ce ne sono anche qui; mi rivolgo alle intelligenze superiori, ce ne sono; mi rivolgo alle anime generose, anche di queste ce n’è.

Voi siete padri, figli e fratelli, dunque spesso provate la tenerezza. Chi tra voi, questa mattina, ha guardato il risveglio del proprio figlioletto, è buono. Tutti i cuori sono uguali. L’umanità non è che un cuore. La differenza tra gli oppressori e gli oppressi risiede nel luogo dove si trovano. I vostri piedi calpestano teste, non per colpa vostra. È colpa della Babele sociale. Una costruzione mancata, tutta a strapiombo. Un piano schiaccia l’altro.

Ascoltatemi, devo parlarvi. Oh! Siete potenti, siate fraterni; siete grandi, siate dolci. Se sapeste quello che ho visto! Ahimè! Che tormento c’è in basso! Il genere umano è in prigione. Quanti dannati, che sono innocenti! Manca la luce, manca l’aria, manca la virtù; non c’è speranza; e, cosa terribile, c’è attesa.

Prendete atto di queste difficoltà . Ci sono creature che vivono nella morte. Ci sono bambine che iniziano a otto anni con la prostituzione e finiscono a venti con la vecchiaia. La severità della legge è poi spaventosa, parlo un po’ a caso, non seguo un ordine. Dico ciò che mi suggerisce la coscienza.

Non più tardi di ieri, io, quello che ora vedete qui, ho assistito alla morte per tortura di un uomo incatenato e nudo, che aveva delle pietre sul ventre. Lo sapete? No. Se sapeste quello che accade, nessuno di voi oserebbe essere felice. Chi è mai andato a Newcastle-on-Tyne? Ci sono uomini nelle miniere che masticano il carbone per riempirsi lo stomaco e ingannare la fame.

Prendete Ribblechester, nella contea di Lancastre, che a forza di miseria da città è diventata villaggio. Io non trovo che il principe Giorgio di Danimarca abbia bisogno di centomila guinee in più. Preferirei accogliere negli ospedali i malati poveri senza far loro pagare in anticipo la sepoltura. Nel Caërnarvon, a Traith-maur come a Traith-bichan, lo sfinimento dei poveri è orribile. A Strafford, per mancanza di denaro, non si possono prosciugare le paludi. In tutto il Lancshire le fabbriche tessili sono chiuse. Disoccupazione dovunque. Sapete che i pescatori d’aringhe di Harlech quando manca la pesca mangiano l’erba? Sapete che a Burton-Lazers ci sono ancora dei lebbrosi braccati, ai quali si spara se escono dalle loro tane? A Ailesbury, città di cui uno di voi è lord, c’è carestia in permanenza. A Penckridge, nel Coventry, di cui avete appena dotato la cattedrale e arricchito il vescovo, non ci sono letti nelle capanne, e si scavano delle buche nella terra per farvi dormire i bambini piccoli, così che, invece di iniziare dalla culla, essi iniziano dalla tomba.

Io ho visto queste cose. Mylords, sapete chi paga le imposte che voi votate? I moribondi. Ahimè! Voi vi sbagliate. Siete sulla strada sbagliata. Per accrescere la ricchezza del ricco, voi aumentate la povertà del povero. Bisognerebbe fare il contrario. Come, prendere a chi lavora per dare a chi ozia, prendere allo straccione per dare a chi è sazio, prendere al miserabile per dare al principe!

Oh! Sì, nelle mie vene c’è del vecchio sangue repubblicano. Tutto ciò mi fa orrore. Questi re li detesto! E che donne sfrontate! Mi hanno raccontato una triste storia. Oh! Odio Carlo II! Una donna amata da mio padre, mentre egli moriva in esilio, si è data a quel re, come una prostituta!

Carlo II, Giacomo II; dopo un buono a nulla, uno scellerato! Cosa c’è in un re? Un uomo, un essere debole e meschino, soggetto ai bisogni e alle malattie. A cosa serve un re? Voi rimpinzate questa regalità parassita. Di un lombrico fate un boa. Fate diventare drago una tenia. Grazia per i poveri!

Voi appesantite l’imposta a profitto del trono. Fate attenzione alle leggi che decretate. Fate attenzione al formicolio doloroso che disperdete. Abbassate lo sguardo. Guardate ai vostri piedi. O grandi, ci sono anche i piccoli! Abbiate pietà . Sì! Pietà per voi! Perché le moltitudini agonizzano, ma quando ciò che sta in basso muore, muore anche ciò che sta in alto. La morte è un venir meno che non risparmia alcun membro. Quando giunge la notte, non c’è luce per nessuno. Siete forse egoisti? Salvate gli altri. Se la nave affonda nessun passeggero può restare indifferente. Non c’è naufragio per alcuni senza che gli altri vengano inghiottiti. Oh! Sappiatelo, l’abisso ci attende tutti».

«Cosa ci faccio? Io sono terribile. Io sono un mostro, dite voi. No, io sono il popolo. Io sono un’eccezione? No, io sono come tutti. Voi, siete l’eccezione. Voi siete la chimera, io sono la realtà . Io sono l’Uomo. Io sono lo spaventoso Uomo che Ride. Di cosa ride? Di voi. Di sé. Di tutto. Che cos’è il suo riso? Il vostro delitto e il suo supplizio. Il delitto ve lo getta in faccia; il supplizio ve lo sputa in viso. Io rido, ciò vuol dire: Io piango».

Si fermò. Si fece silenzio. Le risate continuavano, ma sottovoce. Egli poté credere a un certo ritorno d’attenzione. Respirò, e proseguì:

«Il riso che porto in volto, ce l’ha messo un re. Questo riso esprime la desolazione dell’universo. Questo riso vuol dire odio, silenzio forzato, rabbia, disperazione. Questo riso è il frutto delle torture. Questo è il riso della violenza. Se Satana ridesse in questo modo, il suo riso condannerebbe Dio.

Ma l’eterno non ha nulla in comune con la caducità ; in quanto assoluto, è giustizia; Dio odia ciò che fanno i re. Ah! Voi mi prendete per un’eccezione! Io sono un simbolo. O stupidi onnipotenti, aprite gli occhi. Io incarno tutto. Io rappresento l’umanità così come l’hanno fatta i suoi padroni.

L’uomo è mutilato. Quello che mi hanno fatto, l’hanno fatto al genere umano. Gli hanno deformato il diritto, la giustizia, la verità , la ragione, l’intelligenza, come a me gli occhi, le narici e le orecchie; come a me, gli hanno messo nel cuore una cloaca di collera e di dolore, e sulla faccia una maschera di contentezza.

Dove si era posato il dito di Dio, si è appoggiato l’artiglio del re. Mostruosa sovrapposizione. Vescovi, pari e principi, il popolo è quella profonda sofferenza che mostra una superficie sorridente. Mylords, vi dico che il popolo sono io. Oggi voi l’opprimete, oggi mi schernite. Ma l’avvenire è un tetro disgelo. Ciò che era pietra diventa flutto. L’apparente solidità viene sommersa. Uno scricchiolio, ecco tutto. Verrà il momento in cui una convulsione spezzerà la vostra oppressione, e ai vostri scherni risponderà un ruggito.

Questo momento è già venuto - tu c’eri, padre mio! - quell’ora divina è venuta, e si è chiamata Repubblica, è stata cacciata, ritornerà . Nell’attesa, ricordatevi dell’ascia di Cromwell che ha interrotto la serie dei re armati di spada. Tremate. Si avvicinano soluzioni incorruttibili, le unghie tagliate ricrescono, le lingue strappate volano via e diventano lingue di fuoco sparse nel vento delle tenebre, e urlano nell’infinito, quelli che hanno fame mostrano i loro denti a riposo, vacillano i paradisi costruiti sugli inferni, si soffre, si soffre, si soffre, e ciò che sta in alto si china, ciò che sta in basso si schiude, l’ombra vuole diventare luce, il dannato mette in discussione l’eletto, è il popolo che viene, vi dico, è l’uomo che sale, è l’inizio della fine, è la rossa aurora della catastrofe, ecco cosa c’è in questa risata che vi fa ridere! Londra è una festa perpetua. Bene. L’Inghilterra, da un capo all’altro, è tutta un’acclamazione.

Sì. Ma ascoltate: Tutto cio che vedete, sono io. Le vostre feste, è la mia risata. I divertimenti pubblici, è la mia risata. Matrimoni, consacrazioni, incoronazioni, è la mia risata. Le nascite dei principi, è la mia risata. Il tuono che vi sta sulla testa, è la mia risata».


lunedì 30 dicembre 2024

 

THOMAS PYNCHON




 

da L’arcobaleno della Gravità

 

Da qualche tempo Slothrop era ossessionato dall’idea che da qualche parte vi fosse una bomba razzo con il suo nome dipinto sopra – se loro avevano deciso davvero di farlo fuori (e il termine «loro» non si riferiva certo solo ai nazisti) quello era il modo più sicuro: non gli costava niente scrivere il suo nome su tutte le bombegiusto?

 

 

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Dalla pista da ballo al piano di sotto provengono le note lamentose di Cherokee, si levano sopra il contrabbasso, le coppie danzanti, le migliaia di piedi di quegli snob... le luci mobili rosa non fanno pensare ai visi pallidi dei ragazzi di Harvard e delle loro ragazze, ma a un branco di pellerossa vestiti all’ultima moda. La canzone che stanno suonando costituisce l’ennesima bugia sui crimini commessi dai bianchi. Sono molti i musicisti che hanno tentato di attraversare lo stretto che porta a Cherokee, però sono più quelli che sono naufragati di quelli che ce l’hanno fatta ad arrivare sull’altra sponda. Tutte quelle note lunghe, interminabili... che cos’hanno in mente di farci, con tutto quel tempo? È un complotto indiano, una congiura spirituale? Quella sera, a New York – se si preme sull’acceleratore – forse è possibile arrivare in tempo per l’ultimo spettacolo – nella Settima Avenue, tra la Centotrentanovesima e la Centoquarantesima Strada, «Yardbird» Parker sta scoprendo il modo di usare le note più alte di quegli stessi accordi per spezzare la linea melodica – ma cosa diavolo fa, sembra una mitragliatrice... per carità, Parker dev’essere impazzito, usa le trentaduesime, le semibiscrome – provate a ripeterlo più volte velocemente, semibiscrome, imitando la voce acuta dei Munchkin – se ci capite qualcosa di quella roba che si sente suonare nella Dan Wall’s Chili House, e anche in strada – e non solo lì, mannaggia, ma in tutte le strade (nel ’39, Parker aveva già intrapreso da tempo il suo «viaggio»: quando era ormai sicuro di sé, nei suoi assoli già risuonava l’indolente, divertito dam-di-dam della vecchia Falciatrice in persona, maledizione), le sue note si propagano lungo le onde radio, entrano nelle feste mondane, un giorno arriveranno lontano, la sua musica si diffonderà dagli altoparlanti invisibili nascosti negli ascensori e nei grandi magazzini del centro, il suo canto da uccello volerà alto per contrastare le nenie dei Bianchi, per rovesciare la loro musica melensa e scipita, gli archi incisi e sovraincisi senza pietà... Dunque la sua profezia comincia ad avverarsi in quei giorni con Cherokee, perfino lassù, nella piovosa Massachusetts Avenue, i sassofoni al piano di sotto adesso si lanciano in... be’, a essere onesti, la musica che stan suonando è davvero un po’ stramba...

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Lo stato di servizio di Katje presso i fascisti di Mussert all’apparenza è impeccabile: le viene riconosciuto il merito di aver snidato almeno tre famiglie di ebrei, partecipa regolarmente a tutte le riunioni, lavora nel centro di soggiorno della Luftwaffe vicino a Scheveningen, facendosi apprezzare dai superiori per la sua efficienza e il suo entusiasmo. Insomma, è tutt’altro che una lavativa e, a differenza di molti, non usa il fanatismo per il partito per coprire la propria inettitudine. Forse proprio in questo risiede l’unica parvenza di pericolosità: il suo impegno non ha nulla di emotivo. Katje sembra avere delle ragioni precise per essere nel partito. Una donna dotata di qualche rudimento di matematica e di ragioni precise... «Voglio il Cambiamento» aveva detto Rilke. «Oh, voglio essere ispirato dalla Fiamma!» Voler cambiare, diventare lauro, usignolo, vento... volere il cambiamento, essere trasportati, lasciarsi abbracciare, cadere verso la fiamma viva, fino a inebriare i propri sensi... non fino ad amare, poiché agire non era più possibile... ma fino a essere perdutamente innamorati...

Katje invece no: niente voli da falena. Blicero ne deve dedurre che Katje teme segretamente il Cambiamento, preferendo invece più banalmente modificare le cose superficiali, i vestiti e gli ornamenti, limitandosi al travestitismo di facciata, non solo quando si cala nei panni di Gottfried, ma perfino quando indossa la tradizionale tenuta da masochista, il corredo da cameriera francese così inadatto alle sue lunghe gambe, ai suoi capelli biondi, alle sue spalle che si muovono come ali indagatrici – il suo gioco consiste solo in questo... Katje gioca a giocare.

Blicero non può farci niente. Con il Reich morente, gli ordini ridotti a inutili scartoffie, ha un tale bisogno di lei, di Gottfried, delle corregge e delle fruste di cuoio, oggetti reali nelle sue mani ancora capaci di sensazioni, ha bisogno delle grida di Katje, dei segni rossi delle frustate sulle natiche di Gottfried, del suo pene, della loro bocca, delle dita di mani e piedi – durante l’inverno queste sono cose sicure, cose su cui si può fare affidamento – Blicero non saprebbe dire perché, però in cuor suo è fiducioso, fosse anche solo nella formula di quella storia presa dai Märchen und Sagen, è convinto che quella casa incantata nella foresta verrà risparmiata, che nessuna bomba potrà mai colpirla per sbaglio.

 

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La donna attraversa quella stanza intricata – ricca di pelli morbide, mobili in tek lucidati odoranti di limone, volute di fumo che si alzano dai bastoncini di incenso, strumenti ottici luccicanti, tappeti rosso e oro dell’Asia centrale dalle tinte sbiadite, decorazioni sospese di ferro battuto a nervatura aperta – attraversa la ribalta pian piano, mangiando un’arancia agra, uno spicchio alla volta, la sua veste di faglia ricade splendidamente in morbide pieghe, le maniche di disegno elaborato scendono dalle spalle molto larghe, andando a raccogliersi nei polsini abbottonati, lunghi e stretti, il tutto in un mélange indefinibile dai toni terrigni – un po’ di verde siepe, di marrone argilla, un tocco di ossido, un’ombra d’autunno – la luce dei lampioni filtra attraverso gli steli dei filodendri, le cui foglie digitate si stringono nel tentativo d’afferrare gli ultimi raggi del sole morente, lascia cadere un calmo riflesso giallino sul collo del piede, lungo le lamelle d’acciaio delle fibbie, scivola giù, screziando i fianchi e poi i tacchi alti delle sue scarpe di vernice, lucide al punto da non avere altro colore se non questo pallido giallo limone, là dove vengono sfiorate dalla luce, una luce che però loro rifiutano, come se fosse il bacio di un masochista. Il pelo della moquette si rilascia dietro i suoi passi sollevandosi verso il soffitto, l’impronta della suola e dei tacchi scompare con lentezza esasperante. Lontano, da est, o meglio da sud est, il rumore sordo dell’esplosione di un razzo, uno solo, scuote la città. La luce lungo le sue scarpe scorre e si arresta improvvisamente, muovendosi a singhiozzo come il traffico pomeridiano. La donna indugia un attimo, le è venuto in mente qualcosa: la blusa di foggia militare freme, i fili di seta delle trame si stringono a migliaia, tremanti, rabbrividendo quando la luce gelida scivola via per poi sfiorare di nuovo le loro schiene indifese. Nella stanza l’odore di muschio, di legno di sandalo, di cuoio, di whisky versato si fa più greve.

 

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In quelle prime ore della sera, il pubblico è radunato sui balconi e sulle terrazze, a vari livelli. Gli occhi di tutti sono puntati verso il basso, verso un centro comune, le gallerie di ragazze cinte in vita di foglie verdi, i prati, le sorgenti, le alte piante sempreverdi, un evento solenne, un annuncio alla nazione, il Presidente, con la sua ben nota voce nasale, nel bel mezzo del suo discorso, mentre sta chiedendo al Bundestag un grande stanziamento a scopo bellico, all’improvviso si lascia scappare un «vaffanculo»... il suo fickt es, un’esclamazione presto divenuta immortale, risuona in cielo, risuona per tutto il paese. Ja, fickt es! «Ho deciso di mandare tutti i soldati a casa. Chiuderemo per sempre le fabbriche d’armi, getteremo tutte le armi in mare. Ne ho abbastanza della guerra. Ne ho abbastanza di svegliarmi tutte le mattine con la paura di morire.» Tutt’a un tratto è diventato impossibile odiarlo: adesso anche lui è un essere umano, mortale come tutti. Ci saranno nuove elezioni. La Sinistra presenterà una candidata di cui non si conosce ancora il nome, però tutti sanno che si tratta di Rosa Luxemburg. Si sceglieranno altri candidati talmente inetti, talmente anonimi, che nessuno li voterà. La Rivoluzione avrà la possibilità di riuscire. L’ha promesso il Presidente.

 

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Che cosa ha veramente sussurrato Cesare al suo protetto mentre cadeva? Et tu, Brute... questo è tutto ciò che ci si può attendere da loro... una menzogna ufficiale che non dice assolutamente niente. Il momento dell’assassinio è l’istante in cui il potere e l’ignoranza del potere si incontrano, e la Morte ne è la convalidatrice, nel senso dei Tarocchi. Quando uno parla a un altro a colpi di Et tu, Brute, non è certo per passare il tempo. Ciò che viene detto è una verità talmente terribile che la storia – la quale nel migliore dei casi è un’associazione a scopo fraudolento, e non sempre composta di gentiluomini – non ammetterà mai. La verità sarà soppressa o, in epoche particolarmente raffinate, mascherata come qualcos’altro.

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Porkevič ha smesso da tempo di discutere gli ordini – non discute neppure più il proprio esilio. Le prove che lo implicano nella cospirazione di Bucharin, della quale peraltro non ha mai conosciuto i particolari, in un certo senso potrebbero anche avere un loro fondamento – quelli del Blocco Trotzkista forse lo conoscevano di fama, forse avevano usato il suo nome per scopi che sarebbero rimasti per sempre segreti... per sempre segreti: esistono forme d’innocenza, lui lo sa, per le quali tutto ciò non si può concepire, tanto meno accettare così come ha fatto lui. Poiché forse, in fondo, si tratta solo dell’ennesimo episodio del grande sogno patologico di Stalin. Almeno lui, Porkevič, poteva contare sulla fisiologia, su qualcosa al di fuori del Partito... per quelli che potevano contare solo sul Partito, invece, quelli che sul Partito avevano investito tutta la loro vita per poi essere semplicemente epurati, doveva essere come morire... non essere mai certi di niente, non avere mai la precisione del laboratorio... in quei vent’anni, era stato proprio quello, grazie a Dio, a impedirgli di impazzire. Almeno loro non potranno mai...

 

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Il Paranoid Systems of History (PSH), quel periodico degli anni Venti di effimera durata di cui sono misteriosamente scomparsi tutti i cliché, arrivava persino a suggerire, in più di un editoriale, che l’Inflazione tedesca fosse stata provocata artificialmente, al solo scopo di spingere i giovani appassionati di Tradizione Cibernetica a occuparsi di Controllo: tutto sommato, un’economia gonfiata dall’inflazione sale in alto come un pallone aerostatico, la sua definizione della superficie terrestre sale liberamente di valore, incontrollata, continuando ad andare alla deriva con il passare dei giorni, mentre il sistema di controllo retroazionato che avrebbe dovuto teoricamente mantenere costante il valore del marco, era invece pietosamente fallito... Il guadagno unitario attorno all’anello, il guadagno unitario, il resto zero, silenzio! E avanti così, erano quelle le rime segrete della Disciplina del Controllo nella sua infanzia rime segrete e terrificanti, come narrano le cronache peccaminose. Le oscillazioni divergenti di ogni tipo erano quasi la Minaccia Peggiore. In quei campi di ricreazione non si potevano spingere le altalene oltre un certo angolo rispetto alla verticale. I litigi si risolvevano velocemente e in modo agevole. I giorni di pioggia non portavano mai con sé molti tuoni o lampi, ma solo un altezzoso grigiore vitreo che si addensava nelle zone inferiori, un panorama monocromatico delle valli, piene di cespugli e di arbusti abbattuti ricoperti di muschio, che cercavano di conficcare le loro radici in cielo per un gioco non del tutto maligno (una piccola sorpresa bianca per le élite lassù, le quali non prestavano la minima attenzione, la minima...), valli intrise d’autunno e, nascosto dietro la superficie dorata del panorama, un colore marrone scuro, da zitella avvizzita... acquazzoni appassiti in modo assai selettivo, molto fastidiosi, stuzzicanti, che ci costringevano a trovare riparo oltre gli appezzamenti vuoti, nelle stradine secondarie, le quali diventavano sempre più misteriose, dissestate, spezzettate, a un appezzamento ne seguiva un altro, tortuoso sette volte tanto, se non di più, ci costringevano a girare attorno alle siepi squadrate, ad attraversare le stramberie ottiche della luce del giorno finché, febbrili, silenziosi, non uscivamo dalla zona delle strade per ritrovarci nella campagna, nei campi trapuntati di nero, nei boschi... l’inizio della foresta vera e propria, dove già si poteva intravedere il travaglio che ci attendeva, e in cuor nostro cominciavamo a tremare... ma così come non è possibile spingere un’altalena oltre una certa angolazione, allo stesso modo non è possibile penetrare nella foresta oltre un certo raggio. Si poteva sempre porre un limite a tutto. Era così facile crescere in quell’ordinamento. Niente poteva essere più sano, più integro. I margini delle cose si intravedevano raramente, tantomeno ci si trastullava o si lottava con loro. Anche laggiù esisteva la distruzione, certo, così come esistevano i dèmoni – compreso il diavoletto di Maxwell laggiù, nel fitto del bosco, con le altre bestie selvagge che capriolavano fra i terrapieni della vostra sicurezza...

Il percorso terribile del Razzo era stato dunque ridotto, letteralmente, in termini borghesi nei termini di un’equazione in cui si mescolano con eleganza la filosofia e la meccanica, il cambiamento astratto e gli snodi cardanici di vero metallo, in cui si descrive il movimento dal punto di vista del controllo di imbardata:

 

per preservare, proteggere, governare il suo percorso tra Scilla e Cariddi, fino al Brennschluss finale.

 

 

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Apparentemente, la proprietà principale che si cercava di raggiungere il più delle volte in queste materie era la resistenza – la prima delle tre virtù della Plasticità: Resistenza, Stabilità e Biancore (Kraft, Standfestigkeit, Weiße: quante volte queste parole erano state scambiate per uno slogan nazista, e in effetti di solito era davvero difficile distinguerle sui muri luccicanti di pioggia, mentre gli autobus procedevano in un grattar di marce nelle strade adiacenti, e i tram avanzavano in uno stridio metallico, e la gente se ne stava per la maggior parte silenziosa, e la luce del primo imbrunire si scuriva assumendo la tessitura del fumo della pipa, e i giovani passanti con il cappotto gettato sulle spalle, le braccia libere al suo interno, sembrava stessero offrendo un riparo a dei nanerottoli, oppure sembravano distolti dai loro impegni, trascinati in una estatica relazione tattile con la fodera, ancora più seducente del nuovo nylon...).

 

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Quel tipo vestito di verde, che si rivela essere un argentino, un certo Francisco Squalidozzi, si attende una reazione... il passo chiave è la fine di un verso di Leopoldo Lugones, il grande poeta argentino: «Adesso vi dirò, in versi, come l’ho concepita, libera dalla macchia del Peccato Originale...». Si tratta della rivoluzione di Uriburu del 1930. Il giornale è vecchio di quindici anni. È impossibile sapere quale tipo di reazione Squalidozzi si attenda da Slothrop, a ogni modo tutto quello che riceve è indifferenza assoluta. Una reazione a quanto pare accettabile, l’argentino presto si rilassa quanto basta da confidargli che lui, insieme a una decina di colleghi, fra cui Graciela Imago Portales, quell’eccentrica figura nota in campo internazionale, qualche settimana prima sono riusciti a impadronirsi di un vetusto U-boot, a Mar del Plata, e ora hanno riportato il sommergibile tedesco al di qua dell’Atlantico, per cercare asilo politico in Germania, non appena la Guerra sarà finita...

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«Ebbene» come giunge ad affermare il critico cinematografico Mitchell Prettyplace nel suo trattato definitivo in diciotto volumi su King Kong, «lui l’amava veramente.» Forte di questa tesi, Prettyplace apparentemente non ha tralasciato nulla, il suo studio include ogni ripresa – compresi gli spezzoni scartati al momento del montaggio, analizzati minuziosamente per trovarvi tutti gli elementi simbolici possibili e immaginabili – la biografia completa di tutte le persone coinvolte nella produzione del film, le comparse, i macchinisti, i tecnici di laboratorio... perfino le interviste ai Kultori di King Kong i quali, per poter essere ammessi alla setta, devono aver visto il film almeno cento volte ed essere pronti a sostenere un esame di ammissione di otto ore... Eppure, eppure: bisogna tener conto della Legge di Murphy, quella riformulazione volgare, da proletario irlandese, del teorema di Gödel – quando si è pensato tutto, quando si è certi che tutto funzionerà, che non ci saranno sorprese... qualcosa sicuramente andrà storto. E così, stando alle permutazioni e alle combinazioni dell’opera di Pudding, Tutto quello che può succedere nell’ambito della politica europea, relative al 1931, l’anno in cui ha visto la luce il teorema di Gödel, Hitler non ha la minima possibilità di riuscita.

 

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Una delle attrazioni principali era l’elegante collezione di tute spaziali Raumwaffe, disegnate dal celebre sarto militare Heini di Berlino. La collezione ospitava divise talmente abbaglianti da poter entusiasmare i giovani protagonisti di un’operetta di fantascienza – si potevano addirittura scorgere le tremolanti immagini televisive, dai colori strani, lungo le unghie dei piedi – non solo, Heini aveva perfino ideato delle casacche di seta per i simpatici piccoli Fantini Spaziali (Raumjockeis), equipaggiati di frustini elettrici, i quali un giorno si sarebbero avventurati fuori dalla barriera luminescente, ai margini della Raketen-Stadt, sfrecciando sui loro «cavalli» levigati fatti di meteorite, tutti con la stessa faccia stilizzata (si vede un’immagine a contrasto forte del cavallo dietro, la quale mette in risalto i suoi occhi dementi, i suoi denti, la parte oscura sotto il suo posteriore...), mentre i gas dei propulsori si liberano come peti dal loro sedere – i giovani attori ridono scioccamente per quell’indecente episodio scatologico e, vincendo la forza di gravità – in quel luogo ridotta a poco più di un sospiro – avanzano piano muovendosi a scatti, radiosi, in uno sfoggio di plastica fluorescente, tornano al loro valzer, un Valzer del Futuro stranamente pubblico, un corale vagamente inquietante, dai suoni granulosi e dissonanti, implicito nel silenzio turbinoso delle facce, nelle nude scapole sollevate, così spazial-viennesi, così spossate del Domani...

 

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Una delle gioie più dolci della vittoria, oltre al potersi abbandonare ai saccheggi e al sonno, dev’essere il poter ignorare i divieti di parcheggio.

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Nelle montagne attorno a Nordhausen e Bleicheröde, nei pozzi delle miniere abbandonate, vivono i membri dello Schwarzkommando. Di questi tempi non sono più una formazione militare: adesso sono un popolo, gli herero della Zona, venuti dall’Africa sudoccidentale, in esilio da due generazioni. Erano stati i primi missionari renani a portarli con sé, al loro ritorno nella Metropoli, quel grande zoo grigio, come esemplari di una razza forse in via d’estinzione. Li avevano benevolmente sottoposti a tutta una serie di esperimenti: gli avevano fatto vedere le cattedrali, li avevano portati alle soirée wagneriane, gli avevano fatto indossare la biancheria intima Jaeger, avevano cercato di destare in loro l’interesse per la propria anima. Altri erano stati portati in Germania come domestici dai soldati inviati in Africa per sedare la grande rivolta herero del 1904-1906. Ma la maggior parte dei leader herero attuali erano arrivati solo dopo il 1933. Tutto questo nel quadro di un progetto – mai apertamente ammesso dal partito nazista – di instaurare delle giunte militari negre, dei governi ombra in grado di prendere il potere dopo l’eventuale caduta delle colonie inglesi e francesi nell’Africa nera, sul modello del piano tedesco per il Magreb. All’epoca, il Südwest era un protettorato amministrato dall’Unione Sudafricana, ma a detenere il potere vero e proprio erano ancora alcune vecchie famiglie coloniali tedesche, le quali cooperavano con loro.

Adesso esistono numerose comunità sotterranee nei pressi di Nordhausen/Bleicheröde. Da quelle parti sono conosciute, collettivamente, con il nome di Erdschweinhöhle. Nella lingua herero è una barzelletta, amara. Per gli ovatjimba, la più miserabile tribù herero, senza villaggio e senza bestiame, l’animale totem era l’Erdschwein, o aardvark. Gli ovatjimba avevano derivato il loro nome da lui, non si nutrivano mai della sua carne, scavavano la terra per cercar da mangiare, proprio come faceva lui. Vivevano come reietti, nel Veld, all’addiaccio. Li potevi facilmente vedere, la notte, dalla strada ferrata, i loro fuochi sfolgoravano splendidi controvento, fuori tiro dai fucili. Di loro sapevi che cosa temevano... ma non che cosa volevano, o che cosa li spingeva. Gli impegni però ti chiamavano nell’entroterra, nelle miniere, e così, mentre ti lasciavi dietro le luci dei loro fuochi scoppiettanti, ti lasciavi dietro anche il bisogno di pensare ancora a loro.

Tuttavia, nel girarti per andar via, ti sei chiesto chi fosse quella donna sola, in una buca del terreno, immersa fino alle spalle nel cunicolo scavato dall’aardvark, una testa radicata nella superficie piana del deserto, lo sguardo fisso, mentre dietro di lei si stagliavano le falde oscure delle montagne, perdendosi lontane, nella luce della sera. La donna sente sul proprio ventre la pressione incredibile di quei chilometri di sabbia e di argilla. In fondo al sentiero, ad attenderla, ci sono i fantasmi luminosi dei suoi quattro bambini nati morti, giacciono fra le cipolle selvatiche simili a grossi vermi, senza alcuna possibilità di ricevere conforto, reclamano a turno, piangendo, un latte ancora più sacro di quello che viene benedetto e assaggiato nelle caravazze del villaggio. In linea preterita, l’hanno indirizzata in quel punto, affinché lei possa entrare in contatto con il dono genetico naturale della Terra. La donna sente la forza fluire in lei attraverso ogni sua porta, è come un fiume fra le cosce, una luce guizzante sulla punta di tutte le dita. È una forza sicura e rigenerante come il sonno. È un calore. Più la luce declina, più lei si sottomette: all’oscurità, all’acqua che discende dall’aria. È un seme nella Terra. Il sacro aardvark le ha scavato il giaciglio.

Nel Südwest, l’Erdschweinhöhle era un potente simbolo di fertilità e vita. Ma qui, nella Zona, la sua vera funzione è meno chiara. Al momento, all’interno dello Schwarzkommando vi sono forze che hanno optato per la sterilità e la morte. È una lotta condotta per lo più nel silenzio, nella notte, nelle nausee e nei crampi delle gravidanze e degli aborti spontanei.

 

 

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Si fanno chiamare otukungurua. Sì, cari esperti di cose africane, dovrebbe essere «omakungurua», ma loro hanno sempre avuto cura – dire cura è forse un po’ troppo esagerato, troppo salutare – di sottolineare che il prefisso oma si riferisce unicamente all’uomo e agli esseri viventi. Otu si riferisce alle cose inanimate e alla sollevazione, ed è così che loro si immaginano. Rivoluzionari dello Zero, intendono portare avanti quello che era cominciato fra i vecchi herero, dopo che la rivolta del 1904 era fallita. Vogliono la denatalità. Il loro è un suicidio razziale programmato. Vogliono portare a termine lo sterminio cominciato dai tedeschi nel 1904.

Il declino delle nascite presso gli herero, durante la generazione precedente, era materia di grande interesse nel mondo medico di tutta l’Africa del sud. I bianchi seguivano il fenomeno con preoccupazione, come se si fosse trattato di un’epidemia di peste bovina. Era davvero irritante vedere il numero dei propri sudditi scemare così, anno dopo anno. Che cos’era una colonia senza i suoi indigeni di carnagione bruna? Che divertimento c’era se morivano tutti senza essere sostituiti? Non sarebbe rimasto che un grosso pezzo di deserto, niente più domestiche, braccianti agricoli, manovali, minatori – ehi, ehi, un momento, ma certo, è proprio Karl Marx, quel vecchio furbone razzista sta cercando di defilarsi, i denti stretti e le ciglia inarcate, sta cercando di far credere che sia solo una questione di Manodopera a Basso Costo e di Mercati d’Oltremare... Oh, no. Le colonie sono molto, molto di più. Le colonie sono i gabinetti esterni dell’anima europea, dove uno può calare le braghe e rilassarsi un po’, gustando l’odore della propria merda. Dove uno può piombare ruggendo sulla fragile preda negra, dando fondo alla propria voce, ingozzandosi allegramente del suo sangue. Non è così? Dove uno può semplicemente sguazzare nel fango, accoppiarsi, lasciarsi andare in quelle membra scure e accoglienti, i capelli morbidi e lanosi quanto lo sono i peli dei propri genitali proibiti. Dove il papavero, la canapa e la coca crescono verdi e rigogliosi, non secondo il colore e lo stile della morte, tipici della segale cornuta e dell’agarico bianco, il carbonchio e il fungo originari dell’Europa. L’Europa cristiana è sempre stata sinonimo di morte, caro Karl, di morte e di repressione. Laggiù, nelle colonie, ci si può abbandonare senza ritegno alla vita, alla vita e alla sensualità in tutte le sue forme, senza che questo possa recare alcun danno alla Metropoli, senza insudiciare le cattedrali, le statue di marmo bianco, i pensieri nobili... Non lo verrà a sapere nessuno. I silenzi, laggiù, son così profondi da poter assorbire tutto, anche i comportamenti più degradanti, più bestiali...

Secondo alcuni degli uomini di medicina più razionali, questa diminuzione della natalità fra gli herero andava attribuita a una carenza di vitamina E nell’alimentazione – secondo altri all’utero stranamente stretto e allungato delle donne, una particolarità che rendeva la fecondazione difficile. Ma dietro a tutte queste speculazioni scientifiche, a questo linguaggio razionale, nessun afrikaner bianco era in grado di esprimere a parole l’effetto che faceva... Nel Veld si aggirava qualcosa di sinistro: bastava guardare le loro facce, soprattutto quelle delle donne, allineate dietro i recinti spinati, per capire, senza bisogno di prove razionali, che tutto quello era opera di una mente tribale, una mente che aveva scelto il suicidio... sconcertante, non è vero? Forse siamo stati un po’ ingiusti con loro, forse non avremmo dovuto prendergli il bestiame e le terre... e poi, i campi di lavoro coatto, il filo spinato, le palizzate... forse era un mondo in cui non volevano più vivere. Del resto, è tipico da parte loro rinunciare, strisciar via per andare a morire da qualche parte... Perché non vogliono neppure trattare? Si potrebbe cercare di trovare una soluzione, una soluzione qualunque...

Per gli herero la scelta era stata semplice, o una morte o l’altra: la morte tribale o la morte cristiana. La morte tribale aveva un senso. La morte cristiana nessuno: gli sembrava una pratica religiosa di cui non avevano alcun bisogno. Ma per gli europei, caduti nella Truffa del Bambin Gesù da loro stessi escogitata, ciò a cui stavano assistendo fra gli herero era un mistero impenetrabile, tanto quanto i cimiteri degli elefanti, o i lemming che si lanciavano in mare.

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Di tutte le storie che si raccontano di quell’epoca, questa è la più tragica. I profughi avevano passato parecchi giorni nel deserto. Per aiutarli, Khama, re dei bechuana, aveva inviato loro delle guide, dei buoi, dei carri e dell’acqua. Ai primi arrivati era stato detto di bere piano, poco alla volta. Ma quando i ritardatari erano finalmente giunti nell’accampamento, gli altri dormivano tutti, per cui nessuno li aveva avvisati. L’ennesimo messaggio andato perduto. Avevano bevuto fino a scoppiare, esalando l’anima a centinaia. La madre di Enzian era una di loro. Enzian si era addormentato sotto una pelle di bue, stremato per la fame e per la sete. Si era risvegliato fra i morti. A trovarlo, si dice, era stata una banda nomade di ovatjimba, che lo avevano preso con loro e lo avevano accudito. Lo avevano riportato indietro, lasciandolo davanti al villaggio di sua madre, affinché vi facesse ritorno a piedi da solo. Erano nomadi, avrebbero potuto benissimo seguire una qualsiasi altra direzione in quell’immenso paese desolato, invece lo avevano riportato nello stesso punto da cui era partito. Al villaggio non era rimasto quasi nessuno. Molti erano partiti per il trek, altri erano stati portati via, verso la costa, per essere ammassati nei kraal, oppure per essere costretti a lavorare alla ferrovia che i tedeschi stavano costruendo nel deserto. Molti altri erano morti per aver mangiato il bestiame infettato dalla peste bovina.

Nessun ritorno. Il sessanta per cento degli herero erano stati sterminati. I rimanenti venivano usati come fossero animali. Enzian era cresciuto in un mondo occupato dai bianchi. La cattività, la morte improvvisa, le partenze senza ritorno erano una cosa comune di tutti i giorni. A un certo punto Enzian si era chiesto perché era sopravvissuto, però non aveva saputo trovare nessuna spiegazione logica. Non credeva potesse trattarsi di un processo di selezione. Ndjambi Karunga e il Dio cristiano erano troppo lontani. Non c’era nessuna differenza fra il comportamento di un dio e l’opera del caso. Weissmann, il suo protettore europeo, aveva sempre creduto di esser stato lui a corrompere Enzian, facendogli abbandonare la sua religione. Invece erano stati gli dèi che se n’erano andati da soli: gli dèi avevano abbandonato il loro popolo... Enzian aveva lasciato che Weissmann credesse quel che voleva. La sete di colpa di quell’uomo era insaziabile quanto la sete d’acqua del deserto.

 

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All’inizio dell’era staliniana Čičerin era stato assegnato a una postazione remota, il cosiddetto «angolo dell’orso» (medvežhij ugolok) nella regione dei Sette Fiumi. Dove d’estate i canali di irrigazione stillavano il loro sudore formando un confuso lavoro a greca lungo l’oasi verde. Dove d’inverno i bicchieri da tè appiccicosi ornavano i davanzali, i soldati giocavano a preference e uscivano di casa solo per andare a pisciare, o a sparare con il loro ultimissimo modello del Moisin ai lupi sorpresi in strada. Era una landa desolata in cui la nostalgia della città veniva affogata nell’alcol... i chirghisi passavano silenziosi a cavallo, la terra era scossa da interminabili tremori... a causa dei terremoti, nessuno costruiva case a più di un piano, e così la città aveva l’aspetto di un film sul «selvaggio West»: una scura strada polverosa, fiancheggiata da grandiose false facciate di due o tre piani.

Čičerin era andato fin laggiù, fra i membri di quella lontana tribù, a portar loro il dono dell’alfabeto: per comunicare avevano solo la parola, i gesti, il tatto. Non avevano neppure un alfabeto arabo da dover sostituire. Čičerin agiva di comune accordo con il centro Likbez locale, parte di una serie di centri noti a Mosca come «džurt rossi». I chirghisi, vecchi e giovani, arrivavano dalle pianure ancora impregnati dell’odore di cavallo, di latte inacidito, di fumo d’erba, entravano nella tenda e sgranavano gli occhi davanti a quelle lavagne piene di segni di gesso. Le rigide lettere latine erano quasi altrettanto strane per i quadri russi – Galina, alta e imponente nei suoi pantaloni smessi dell’esercito e nelle sue camicie grigie cosacche... Ljuba, l’amica del cuore di Galina, il viso dolce e i capelli ondulati... Vaslav Čičerin, la spia politica... insomma, per tutti gli agenti segreti (anche se loro non la pensavano così) che rappresentavano l’NTA (Nuovo Alfabeto Turco) in quella regione straordinariamente aliena.

La mattina, dopo il rancio, Čičerin è solito fare un giretto fino allo džurt rosso con l’intenzione di vedere Galina, la pudibonda maestra di scuola – probabilmente lo attrae poiché riscontra in lei un paio di affinità genetiche femminili... comunque sia... spesso, quando esce, Čičerin trova il cielo mattutino pieno di fulmini diffusi, scroscianti, abbaglianti. Un orrore. La terra trema, appena al di sotto della soglia di percezione. Potrebbe essere la fine del mondo, sennonché, per l’Asia centrale, è un giorno come tanti. Un tremore dopo l’altro, grande quanto il cielo. Le nuvole scure, alcune dai contorni nitidissimi, neri e frastagliati, veleggiano come una flotta verso la regione artica asiatica, sopra le vaste dessiatine di graminacee, di steli di verbasco verdi e grigi che ondeggiano a perdita d’occhio, increspandosi al vento. Un vento sorprendente. Čičerin invece se ne sta lì, nella strada, a sistemarsi i pantaloni con un gesto brusco, mentre il vento sferza le punte dei risvolti della sua giacca, facendoli sbatacchiare sul petto, se ne sta lì a maledire l’Esercito, il Partito, la Storia: insomma, qualunque cosa lo abbia portato lì. Non amerà mai quel cielo, quella pianura, quella gente, il loro bestiame. Né lo rimpiangerà mai, no, nemmeno nei peggiori bivacchi lungo le paludi della sua anima, negli incontri nudi di Leningrado con la certezza della propria morte, della morte dei suoi compagni, non cercherà mai rifugio nel ricordo della regione dei Sette Fiumi. E neppure nel ricordo di una musica sentita, delle escursioni d’estate... di un cavallo sullo sfondo della steppa, all’imbrunire...

 

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È un ajtys, una tenzone musicale in versi. Il ragazzo e la ragazza se ne stanno al centro del villaggio, impegnati in una specie di gioco sarcastico – del tipo «mi piaci abbastanza anche se hai un paio di piccoli difetti, per esempio...» – accompagnati dalle note dardeggianti delle kobza e delle dombra, prodotte dalle corde raschiate e pizzicate. La gente ride alle battute buone. Per riuscire in questo gioco, bisogna essere pronti di spirito: i due partecipanti si scambiano una serie di strofe di quattro versi, in cui il primo, il secondo e il quarto verso devono far rima, non devono avere una lunghezza specifica ma solo delle pause per respirare. Ciononostante, è un gioco delicato. E, a volte, anche offensivo. Si conoscono dei casi, in alcuni villaggi, in cui, dopo un ajtys, i duellanti non si sono più parlati per anni.

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Una notte soave, spalmata di stelle dorate, una di quelle notti nella pampa di cui amava scrivere Leopoldo Lugones. Il sommergibile tedesco si culla silenzioso in superficie. Gli unici rumori che si sentono sono il borbottio della pompa sottocoperta, che ogni tanto si inserisce automaticamente per aspirare l’acqua della sentina, e El Ñato dietro, sulla poppa estrema, con la sua chitarra, che suona delle tristes e delle milongas di Buenos Aires. Beláustegui è di sotto che sta lavorando al generatore. Luz e Felipe dormono.

Graciela Imago Portales si dondola pigramente vicino agli affusti da 20 mm, l’aria pensierosa. Ai suoi tempi, a Buenos Aires, Graciela era la scema della città, non faceva del male a nessuno, andava d’accordo con tutti, le sue amicizie coprivano tutto l’arco delle posizioni politiche, da Cipriano Reyes, il quale una volta aveva intercesso in suo favore, ad Acción Argentina, l’organizzazione per cui lei lavorava prima che questa venisse bandita. Graciela era la favorita dei letterati. Borges, così si diceva, le aveva perfino dedicato una poesia ( «El laberinto de tu incertidumbre / Me trama con la disquietante luna...»)

Nell’equipaggio che si è impadronito di quel sommergibile sono rappresentate tutte le manie argentine. El Ñato se ne va in giro parlando nel gergo dei gaucho dell’Ottocento – le sigarette per lui sono pitos, i mozziconi puchos, lui non beve la caña ma la tacuara, e quando è ubriaco è mamao. A volte Felipe deve fargli da traduttore. Felipe è un giovane poeta scontroso, animato da molte passioni sgradevoli, fra cui le sue fantasie romantiche sui gaucho. È sempre lì che sviolina El Ñato.

 

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Nel corso degli anni Venti e Trenta aveva lavorato lì come attrice, oltre che a Tempelhof e a Staaken, però quello era sempre stato il suo posto preferito. Lì aveva recitato sotto la direzione del grande Gerhardt von Göll, in una decina di film dell’orrore di tono vagamente pornografico. «Ho capito subito che era un genio. Io non ero nient’altro che una sua creazione.» Non aveva la stoffa della stella, come lei stessa ammette candidamente, non era né una Dietrich, né una vamp come Brigitte Helm. Però aveva un qualcosa che loro volevano («Loro chi?» chiede Slothrop. «Non saprei» risponde la Erdmann). L’avevano soprannominata l’anti-Dietrich: non una rovinafamiglie, ma una bambola – languida, sfinita… «Ho visto tutti i film che abbiamo fatto», rammenta lei, «alcuni anche sei o sette volte. Si direbbe che non mi muovo mai. Non muovo neppure la faccia. Ach! Quegli interminabili primi piani col velatino… avrebbero potuto benissimo usare la stessa inquadratura all’infinito… Perfino quando scappavo – nei miei film doveva esserci sempre qualcuno che mi inseguiva, mostri, pazzi, criminali – ero sempre così… impassibile» il suo braccialetto manda un luccichio, «così… monumentale. Quando non scappavo, di solito ero legata o incatenata a qualcosa. Venga, le faccio vedere.» La donna conduce Slothrop in quello che resta di una camera della tortura, i denti della ruota di legno spezzati, i muri in gesso sfaldati e scheggiati, la polvere accumulata, le torce spente e fredde, infilate di sbilenco nel loro anello a muro. La donna prende le catene di legno, la vernice argentata che le ricopriva praticamente scomparsa, e le fa scorrere rumorosamente fra le dita guantate. «Questo era uno dei set usati per Alpdrücken. A quei tempi Gerhardt amava ancora le illuminazioni esagerate.» Le fini grinze dei suoi guanti si colorano d’argento mentre lei spolvera il cavalletto e vi si distende sopra. «Così…» aggiunge, alzando le braccia e insistendo affinché lui le assicuri i polsi e le caviglie agli anelli di latta. «La luce proveniva allo stesso tempo dall’alto e dal basso, cosicché ognuno aveva due ombre: quella di Caino e quella di Abele, come diceva Gerhardt. Era in pieno periodo simbolista. In seguito, ha cominciato a usare un’illuminazione più naturale, a girare le riprese all’aperto.» Erano andati a Parigi, a Vienna. A Herrenchiemsee, nelle Alpi bavaresi. Von Göll sognava da tempo di fare un film su Luigi II di Baviera. Per questo motivo per poco non era finito nella lista nera. A quell’epoca andava di moda Federico. Non veniva considerato molto patriottico sostenere che un sovrano tedesco potesse essere matto. Ma davanti a tutti quegli ori, quegli specchi, quei chilometri di decorazioni barocche, anche Von Göll era uscito un po’ di senno. Soprattutto davanti a quei lunghi corridoi… «La metafisica del corridoio», era così che i francesi chiamavano quella condizione… Gli amanti dei corridoi normali sorrideranno teneramente al comportamento di Von Göll, il quale, finita da tempo la pellicola nella bobina, ancora carrellava imperterrito lungo quelle dorate fughe prospettiche, con un sorriso sciocco dipinto sulle labbra. Il calore di quelle immagini sopravviveva perfino sulla pellicola ortocromatica, in bianco e nero. Ovviamente, il film non era mai uscito. Das wütende Reich: come avrebbero potuto accettare un titolo simile senza protestare? C’erano state trattative interminabili. Alcuni ometti azzimati, il distintivo nazista sul risvolto, marciavano sul set interrompendo le riprese, andando regolarmente a sbattere il naso contro le pareti di vetro. Avrebbero accettato qualsiasi cosa al posto di «Reich», perfino «Königreich», ma Von Göll non ne voleva sapere. Camminava sul filo del rasoio. In compenso, aveva cominciato subito le riprese di La Buona Società, un film che, si dice, Goebbels aveva trovato incantevole, al punto che lo aveva addirittura visto tre volte, ridacchiando e dando dei colpetti di gomito al vicino di sedia, forse Adolf Hitler. Margherita recitava la parte della lesbica che lavorava nel caffè: «Quella con il monocolo, che alla fine viene frustata a morte dal travestito, si ricorda?». Le sue gambe sode fasciate nelle calze luminose di seta ora hanno un aspetto rigido, meccanico, le sue ginocchia levigate strusciano una contro l’altra mentre i ricordi affiorano nella sua mente, eccitandola. Ed eccitando anche Slothrop. Lei sorride nel vedere i suoi pantaloni di pelle scamosciata tendersi all’altezza dell’inforcatura. «Era un bell’uomo. A ogni modo, non aveva importanza. Lei me lo ricorda un po’, in un certo senso. Specialmente… quegli stivali… La Buona Società è stato il nostro secondo film, ma il primo è stato questo» – questo? – «Alpdrücken. Credo che sia lui il padre della mia Bianca. È stata concepita durante le riprese. Lui faceva la parte del Grande Inquisitore che mi torturava. Ah, eravamo gli Innamorati del Reich – Greta Erdmann e Max Schlepzig, la Coppia Meravigliosa…»

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Kurt Mondaugen aveva interpretato l’accaduto come un segno. Era uno di quei mistici tedeschi cresciuti leggendo Hesse, Stefan George e Richard Wilhelm, pronti ad accettare Hitler sulla base della metafisica di Demian. Il combustibile e l’ossidante gli apparivano come una coppia di opposti, i princìpi maschile e femminile che si univano nell’uovo mistico della camera di combustione: la creazione e la distruzione, il fuoco e l’acqua, la polarità positiva e la polarità negativa della chimica…

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domenica 24 dicembre 2023

Imre Kertesz




 

da Essere senza destino


"In fin dei conti devi sapere per che cosa ti odiano", ha detto. Ha confessato che all'inizio non aveva assolutamente capito la questione ed era rimasta molto turbata nel vedersi disprezzata, "semplicemente perché sono ebrea": era stato lì che aveva provato per la prima volta che - è così che ha detto - qualcosa la separa dagli altri uomini e che appartiene a un luogo diverso. Dopo aveva cominciato a riflettere e aveva cercato di venirne a capo anche con l'aiuto di libri e discorsi, e aveva compreso che proprio per questo veniva odiata. perché è dell'avviso che " noi ebrei siamo diversi dagli altri", che questa diversità è l'essenziale e per questo gli ebrei vengono odiati dagli altri uomini. Ha anche aggiunto quanto sia singolare per lei vivere " nella coscienza di questa diversità", che a volte le fa provare una specie di orgoglio mentre altre volte prova, semmai, un senso di vergogna. Poi ha voluto sapere da noi cosa ne pensiamo della nostra diversità, se ne siamo orgogliosi o piuttosto ce ne vergogniamo. Sua sorella e Annamaria non sapevano bene. Anch'io, finora, non ho avuto motivo di provare questo genere di sentimenti. E in generale non trovo che si possa semplicemente determinare da soli questa diversità: dopotutto la stella gialla c'è proprio per questo, per quanto ne so io. 

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E' stato in quel momento che non abbiamo potuto fare a meno di accorgerci, e questa volta seriamente, dell'odore. Sarebbe difficile descriverlo con precisione: dolciastro, appiccicoso, c'era dentro anche quella certa sostanza chimica che ormai conoscevamo, ma era talmente forte che già temevo che il pane descritto mi tornasse su in gola. Non ci è stato difficile constatare che la colpa era di un camino, sulla sinistra, in direzione della strada maestra ma molto più lontano. Era il camino di una fabbrica, lo vedemmo subito, ed è quanto la gente era venuta a sapere dal nostro sovrintendente. Più esattamente era di una fabbrica di pellami, e anche questo lo intuirono subito in molti. In effetti, mi tornò in mente che quando andavo con mio padre ad assistere di domenica alle partite di calcio a Ujpest, il tram passava davanti a una fabbrica di pelli e ogni volta dovevo tapparmi il naso. Del resto girava voce che a noi, per fortuna, non sarebbe toccato lavorare in quella fabbrica: se tutto andava bene, se non si fosse diffuso tra noi il tifo, la dissenteria o qualche altra epidemia, ben presto ci avrebbero fatto partire per un luogo più accogliente, così ci tranquillizzarono. Per questo non portavamo ancora il numero sui vestiti e nemmeno sulla pelle come il comandante del nostro blocco o Blockalteste, come ormai già lo chiamavamo. Tra l'altro, di questo fantomatico numero molti avevano avuto modo di convincersi coi propri occhi: veniva scritto sul polso, girava voce, con dell'inchiostro verde e poi veniva impresso in modo indelebile, veniva tatuato con la punta di un ago particolare, così dicevano. Più o meno allo stesso tempo mi è giunto all'orecchio il racconto dei volontari che erano andati a prendere la minestra. Anche loro avevano visto i numeri, in cucina, e anche in quel caso si trattava di detenuti di vecchia data, ed erano numeri impressi nella pelle. Ma sulle labbra di tutti correva la risposta data da un detenuto, quando uno dei nostri gli aveva domandato che cosa fosse quel numero, e tutti ne analizzavano il significato e la ripetevano continuamente. "Die Himmlische Telefonnummer" ovvero il numero di telefono del cielo. 

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 Perché io non lo avrei mai creduto, invece è un dato di fatto: non esiste luogo dove una condotta di vita ordinata, in un certo senso esemplare, direi addirittura virtuosa sia tanto importante quanto in prigionia. E sufficiente guardarsi intorno nella zona del Block I, dove alloggiano i vecchi del campo. Sul petto il triangolo giallo rivela l'essenziale, la "L" in esso contenuta aggiunge la circostanza che sono arrivati dalla lontana Lettonia, per essere precisi da Riga, come ho poi scoperto. Tra di loro incontri quegli strani esseri che all'inizio mi avevano persino un po' spaventato. A distanza sembrano tutti dei vegliardi, e con la testa incassata, il naso sporgente, la divisa che penzola sporca dalle spalle rattrappite, anche nei giorni più torridi dell'estate ricordano delle cornacchie infreddolite in inverno. Con ognuno dei loro passi rigidi, stentati, sembrano chiedere: ma vale ancora la pena di fare tutta questa fatica? Questi punti interrogativi viventi, per il loro aspetto esteriore, anzi, in un certo senso anche per il loro ingombro non potrei definirli diversamente, nel campo di concentramento vengono chiamati musulmani, come sono venuto a sapere. Bandi Citrom mi ha subito messo in guardia da loro: "Basta guardarli che ti passa la voglia di vivere", ha detto e in questo aveva ragione anche se col tempo sono poi giunto alla consapevolezza che: non basta, occorre ben altro ancora.


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. Per esempio, l'espressione "spoglie mortali", spesso sentita prima, secondo le mie conoscenze di un tempo poteva essere riferita esclusivamente a un morto. Io, invece, vivevo ancora, non vi era alcun dubbio, era un vivere stentato in un certo senso ridotto al minimo, eppure qualcosa ancora ardeva dentro di me, la fiamma della vita, come si usa dire, dall'altra parte c'era il mio corpo, sapevo tutto di lui solo che in un certo senso io non mi trovavo più lì dentro. Riuscivo senz'altro a rendermi conto che questa cosa, insieme ad altre cose simili accanto e sopra di essa, giaceva qui sulla paglia fredda e bagnata di umori sospetti, sopra il cassone traballante di un camion, che la fasciatura di carta si era disfatta, smembrata e strappata da un pezzo, che la mia camicia e i calzoni da detenuto che mi avevano infilato per il trasferimento si incollavano alle ferite aperte, ma tutto questo non mi toccava più, veramente, non mi interessava, non mi influenzava più, posso dire addirittura che da molto tempo non mi sentivo più così leggero, così in pace, come trasognato, diciamo pure: così bene. Dopo tanto tempo mi ero finalmente liberato del tormento che era quell'irritazione continua. I corpi schiacciati contro di me non mi davano più fastidio, semmai ero contento di averli accanto, che fossero tanto familiari e tanto simili al mio, e adesso per la prima volta fui colto da un sentimento insolito, anomalo, vagamente impacciato, per non dire goffo, forse poteva essere affetto, credo. E lo stesso percepivo da parte loro. Tuttavia non cercarono di darmi delle speranze, come all'inizio. Forse quello che di tanto in tanto comunicavano, a prescindere dai gemiti sommessi, dal respiro affannato a denti stretti e dai silenziosi lamenti, proprio per questo (ma naturalmente anche a causa delle altre difficoltà), ispirava quiete e d'altra parte familiarità: qui una parola di conforto, là un'affermazione tranquillizzante. Ma pareva che chi era ancora in grado non lesinava nemmeno con le azioni e anche a me mani sconosciute porsero un barattolo chissà da quale distanza e con caritatevole compassione, quando annunciai di dover urinare. Quando infine, all'improvviso, non so come, né quando, né per via di quali mani, sentii sotto la schiena non più le assi del vagone ferroviario bensì lo strato sottile di ghiaccio delle pozzanghere di una strada lastricata, non mi importava ormai più di essere arrivato felicemente a Buchenwald, del resto avevo dimenticato da un pezzo che era quello il luogo dove avevo tanto desiderato tornare.


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..... "Non dobbiamo forse immaginare il campo di concentramento come un inferno?" mi ha chiesto e io, disegnando con il tacco un paio di cerchi nella polvere, gli ho detto che ce lo si poteva immaginare come si voleva; quanto a me, io potevo solo immaginarmi il campo di concentramento, perché entro certi limiti lo conoscevo, mentre l'inferno no. "E se dovessi immaginarlo?" ha insistito e dopo qualche altro cerchio ho detto: "Allora lo immaginerei come un luogo dove non ci si può annoiare", mentre in un campo di concentramento, ho aggiunto, era possibile, lo era persino ad Auschwitz, a certe condizioni, è ovvio. A quel punto è rimasto zitto per un istante e poi ha domandato, anche se mi è parso controvoglia: "Sì, e come te lo spieghi?". E allora, dopo averci riflettuto, ho detto: "Con il tempo". "Cosa significa, con il tempo?" "Significa che il tempo aiuta." "Aiuta...? In cosa?" "In tutto," e ho cercato di spiegargli come è, arrivare in una stazione non proprio lussuosa ma nel complesso accettabile, pulita e graziosa, dove solo lentamente, col succedersi del tempo, tappa dopo tappa ti si chiarisce tutto quanto. Quando hai superato la prima tappa, quando sai di averla passata, già ti si presenta la prossima. Quando poi sei arrivato a conoscere tutto, allora hai anche compreso tutto. E mentre comprendi tutto, non rimani certo inattivo: già sistemi le cose nuove, vivi, agisci, ti muovi, adempi le continue richieste di ogni tappa successiva. Se però non ci fosse questa successione nel tempo e tutte queste conoscenze si riversassero su di noi in una volta sola, forse la nostra testa non riuscirebbe a sopportarle e nemmeno il nostro cuore, così cercavo di spiegargli. Allora ha tirato fuori dalla tasca un pacchetto sgualcito, ha offerto anche a me una delle sue sigarette spiegazzate, che io ho rifiutato, e dopo due tiri profondi, piegato in avanti con i gomiti puntati sulle ginocchia, senza guardarmi, ha detto con voce un po' afona: "Capisco". D'altra parte, ho proseguito, c'era il difetto, si potrebbe dire lo svantaggio, che il tempo, in qualche modo, bisognava trascorrerlo. Per esempio avevo visto dei prigionieri, gli ho detto, che erano nel campo di concentramento già da quattro, sei o dodici anni, anzi, più esattamente: c'erano ancora. Ora, queste persone, per quattro, sei o dodici anni, ovvero in quest'ultimo caso dodici per trecentosessantacinque giorni, ovvero dodici per trecentosessantacinque per ventiquattro ore, e ancora avanti, dodici per trecentosessantacinque per ventiquattro per... e all'indietro, in secondi, minuti, ore, giorni: ebbene, avevano dovuto in qualche modo superare tutto questo dalla A alla Z. D'altra parte ancora, ho aggiunto, proprio questo poteva essere stato d'aiuto, perché se tutto questo tempo, dodici per trecentosessantacinque per ventiquattro per sessanta per sessanta, si fosse improvvisamente riversato su di loro in un colpo solo, non avrebbero resistito, al modo come invece hanno resistito, non lo avrebbero retto né fisicamente né psichicamente. E siccome lui taceva, ho aggiunto: "Bisogna immaginarselo più o meno così".


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...... perché il problema è proprio questo: io ci sono e so bene che, pur di poter vivere, il prezzo che pago è di accettare qualunque punto di vista. E mentre lascio vagare il mio sguardo sulla piazza che riposa tranquilla nella luce del tramonto, sulla strada provata dal temporale eppure piena di mille promesse, già avverto crescere e lievitare in me questa disponibilità: proseguirò la mia vita che non è proseguibile. Mia madre mi sta aspettando e probabilmente sarà molto felice di rivedermi, la poveretta. Ricordo che un tempo aveva in mente che io diventassi un giorno un ingegnere, un medico o qualcosa del genere. Probabilmente succederà proprio come lei desidera; non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d'ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell'intervallo tra i tormenti c'era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli "orrori": sebbene per me, forse, proprio questa sia l'esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno. Sempre che me lo chiedano. E se io, a mia volta, non l'avrò dimenticata.